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Etna - la lotta per la vita delle specie pioniere altomontane

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Sono davvero pochi gli escursionisti che raggiungono i crateri terminali dell’Etna che prestano attenzione alle piante pioniere che lottano perennemente per la sopravvivenza nell’ambiente estremo delle parti sommitali del più alto vulcano d’Europa. Le piccole e gracili piantine, oltre a fare i conti con gli scarponi degli escursionisti distratti, devono lottare perennemente contro l’interramento lungo i ripidi pendii sabbiosi, contro la scarsa disponibilità d’acqua e l’intensa insolazione estiva che le disidrata, contro gli umori del vulcano che talora provoca importanti eventi ceneritici che le ricoprono, contro escursioni termiche molto ampie tra giorno e notte, l’intenso innevamento in inverno, ventosità frequenti e impetuose, e tante altre avversità che rendono difficile la vita di questi vegetali etnei che ravvivano il monotono ambiente vulcanico. La maestosa scenografia dei panorami, i fenomeni vulcanici perenni e l’ebbrezza dell’altitudine non danno spazio a queste considerazioni e la flora altomontana etnea passa quasi sempre inosservata, piccola e apparentemente fragile in un ambiente ostile alla vita biologica. Tuttavia, i vegetali altomontani etnei non sono per nulla fragili ma molto tenaci avendo implementato nel corso dei millenni una serie di adattamenti che consentono loro la sopravvivenza all’inospitale ambiente vulcanico. Tipica delle zone medio-altomontane è la vegetazione a pulvini che qualche neofita della montagna a “provato” a sue spese sedendosi sopra questi invitanti cuscini. SenecioQuesta è cosa che non si deve mai fare in quanto, l'Astragalo (Astragalus siculus) è provvisto di pungenti aculei il cui dolore ai glutei renderà indimenticabile quell’escursione. La presenza di spine è un adattamento per difendersi dal morso di erbivori che costituiscono un rilevante pericolo per le specie altomontane etnee …come se non bastassero già i loro problemi con le moto da cross!!! Chi ha spirito di osservazione noterà che nei pendii fortemente inclinati l'Astragalo cresce, più sviluppato a monte che non a valle, formando in tal modo una sorta di diga che si oppone all'interramento della pianta: anche questo è un adattamento contro l’interramento. Pure l’apparato radicale è adattato alla scarsa disponibilità di acqua spingendosi molto in profondità per arrivare agli strati più umidi ed inoltre, in confronto alla parte epigea della pianta, è molto più sviluppato rispetto alla stessa massa di un vegetale che cresce alle basse quote. La vegetazione del tipo pulviniforme, cioè a cuscino, costituisce un ricovero per molte altre specie che nei pulvini trovano riparo. Una di queste, la viola dell'Etna (Viola aetnensis) costituisce un concreto esempio di come si possa sopravvivere e moltiplicarsi nell’ambiente medio-altomontano etneo pressoché inibito alla totalità della macchia mediterranea che a quelle altezze non riesce a sopravvivere. Poche sono le piante che grazie agli adattamenti sono riuscite a conquistare il tephra, cioè il deserto di ceneri e lapilli e le aride colate laviche ormai fredde. È davvero straordinario come la Romice (Rumex scutatus) riesca a colonizzare le inospitali sciare spingendosi fino a circa 2.900 metri grazie alla particolare struttura del fusto, dei frutti chiamati acheni e delle foglie che resistono sia alle rigide temperature invernali, sia alle soffocanti temperature estive. La Saponaria (Saponaria sicula), il Cerastio (Cerastium tomentosum), il Senecio (Senecius squalidus), la Camomilla dell'Etna (Anthemis aetnensis), il Caglio dell'Etna (Galium aetnicum), realizzano sorprendenti biocenosi nei pulvini dell’astragalo ma spesso crescono anche isolati conferendo alla monotonia cromatica delle lave una variopinta dinamicità che non può passare inosservata soprattutto nel periodo di luglio-settembre quando le suddette specie sono in fioritura. Sull’Etna il periodo fenologico è del tipo longidiurno cioè avviene nella stagione in cui vi è la massima durata dell’insolazione e quindi di luce diurna per potere meglio espletare i processi fotosintetici che la pianta può attuare attraverso i cloroplasti (che sono i corrispondenti dei mitocondri delle cellule animali) trasformando l’energia della luce solare in energia biochimica. I cloroplasti in pratica sono dei trasformatori di energia. Non deve quindi meravigliare se a ottobre si dovessero vedere ad alta quota sull’Etna piante in fioritura … la primavera sull’Etna è tardo-estiva quasi autunnale. La perdita d'acqua per traspirazione costituisce un grave problema che il vegetale cerca di risolvere con la riduzione degli stomi che sono delle particolari aperture preposte agli scambi gassosi ed alla traspirazione, all'occorrenza chiudibili, che solitamente si trovano sulla pagina inferiore delle foglie. Le foglie di alcune specie sono spesso coperte da uno strato di sostanze cerose ed i loro tessuti sono provvisti Senecio 2di un parenchima che trattiene l'acqua il quale conferisce un aspetto carnoso succulento che ricorda le piante grasse. Si tratta di adattamenti finalizzati a contrastare la disidratazione ed evitare sprechi d’acqua che nell’ambiente vulcanico etneo diventa indispensabile per la vita ed inoltre a migliorare la resistenza agli stress termici. Magnifico esempio di tali adattamenti tipici delle piante xerofite, che riescono, cioè, a sopravvivere in ambienti poveri d'acqua, è il Senecio, una pianta appartenente alla famiglia delle composite che sull’Etna è rappresentata da tre diverse varietà secondo i piani vari altitudinali: la varietà “chrisantemifolius” a foglie pennatifide della fascia pedemontana priva di sostanze cerose sulle superfici fogliari, la varietà “glaber” a foglie inciso-dentate della zona nemorosa, cioè boschiva e la varietà “aetnensis” a foglie intere carnose rivestite di cere della fascia altomontana. L’assenza di cere del Senecius chrisantemifolius che cresce nella fascia pedemontana è giustificata dal fatto che in tale ambiente queste non sono necessarie ed in natura ciò che non è necessario viene eliminato dalla selezione naturale o meglio la selezione naturale tramite gli adattamenti consente alle specie di colonizzare ambienti ostili. Nel nostro caso le cere, insieme ad altri adattamenti, hanno consentito al senecio di spingersi fino a 3050 metri di altitudine; se provate a coltivare questa pianta nella fascia pedemontana essa non può sopravvivere. Oltre al Senecio l'Antemide, chiamata anche camomilla dell’Etna, e la Costolina appenninica, rappresentano un ottimo esempio delle poche specie che colonizzano la fascia altomontana etnea spingendosi fin dove inizia il deserto vulcanico che comprende l'areale dei crateri sommitali. Come l’astragalo anche il Crespino dell’Etna (Berberis aetnensis), un arbusto cespuglioso della famiglia delle Berberidacee, che sull'Etna si spinge fino ai 2.300 metri, è dotato di spine per evitare di essere brucato dagli erbivori. Gli erbivori che pascolando brucano i vegetali rappresentano anch'essi un consistente pericolo per le piante pioniere altitudinali le quali, fra l'altro, devono fare i conti con le proibitive condizioni climatiche, gli eventi vulcanici e pensare anche a riprodursi, cosa per nulla facile in tale ambiente. Le spine impedendo all’animale di nutrirsi inducono l’erbivoro a cercare cibo a quote più basse dove la vita è più facile e vi è maggiore abbondanza di vegetali. Ecco perché molte xerofite d'alta quota sono spinose. Le foglie del crespino presentano stomi su entrambe le pagine mentre il Berberis vulgaris cioè il crespino comune è provvisto di stomi solo nella pagina inferiore seguendo la regola generale. E’ chiaro quindi che la presenza degli stomi su entrambe le pagine fogliari costituisce un adattamento per facilitare la traspirazione durante la stagione invernale quando è presente l’innevamento che si protrae per 4 – 5 mesi o anche più. La funzione degli stomi è importantissima in quanto consente lo scambio gassoso fra interno ed esterno del vegetale, in particolare la fuoriuscita di vapore acqueo e gli scambi di ossigeno e anidride carbonica. Ogni stoma è formato da due cellule a forma di mezzaluna, chiamate cellule di guardia che possono modificare la propria forma e dimensione per aprire o chiudere lo stoma. Quando in esse si accumulano ioni potassio, l’ambiente interno della cellula diventa ipertonico rispetto all'esterno e si ha il passaggio dell'acqua nella cellula per osmosi. In tal modo i vacuoli della cellula si riempiono e la rendono turgida: di conseguenza, l'apertura dello stoma aumenta. Se, al contrario, le cellule di guardia cedono ioni potassio la pressione osmotica fa uscire l'acqua dalla cellula, la quale si raggrinzisce e lo stoma si chiude. La Costolina appenninica (Robertia taraxacoides), tipica specie longidiurna, è una delle poche piante che riescono a colonizzare i suoli costituiti da sabbia lavica. La troviamo a Punta Lucia a circa 2800 di quota in piena fioritura a settembre inoltrato. Il Caglio etneo (Galium aetnicum) arriva a spingersi fino ai 2350 metri d'altezza grazie al riparo che trova nei pulvini d'astragalo e così anche la viola dell’Etna e altre poche pioniere che realizzano variopinte comunità che vivacizzano la monocromaticità dei suoli vulcanici con spettacolari e affascinanti tinte. I forti venti che spirano costantemente alle massime quote del vulcano costringono le pioniere altitudinali a crescere e propagarsi orizzontalmente anziché verticalmente ed è abbastanza comune osservare alle medio quote alberi deformati dallo spirare costante dei venti che orientano le fronde nel senso della corrente eolica al punto tale che osservandoli si può conoscere la prevalenza direzionale del vento. Nella Timpa del Barile, oggi parzialmente coperta dalle lave del 2002 si può ammirare il pioppo nano cespuglioso unico al mondo ben visibile anche dalla cabine della funivia. Questo straordinario adattamento ha consentito al pioppo di potere resistere al forte vento che spira spesso in tale sito. Il tanaceto (Tanacetum siculum) che si spinge sino ai 2550 metri è una composita ricoperta da lanugine che fino a non molto tempo fa era usata dalla popolazione etnea per preparare un gustoso liquore aromatico chiamato “Donnavita” oggi ancora prodotto a S. Venerina. Il rivestimento lanuginoso, comune a molte composite altomontane, costituisce un ulteriore adattamento finalizzato alla riduzione di perdita d'acqua per traspirazione perché nella parte basale della peluria si forma uno strato umido che satura il microambiente e quindi impedisce l’evaporazione alla stessa stregua dell’orripilazione degli animali che contrasta la dispersione del calore. Tra le graminacee, la Festuca (Festuca circummediterranea) riesce a spingersi fino a 2.600 metri formando, al limite superiore di boschi, pascoli e radure, insieme con la gramigna (Poa aetnensis) ed al trifoglio dai piccoli fiori bianco-rosacei piccole comunità che sembrano sfidare la montagna. La Festuca costituiva la vegetazione predominante di una caratteristica zona della Valle del Bove chiamata Piano del Trifoglietto. Si stima che l’eruzione iniziata il 13 dicembre 1991 nella parete ovest della grande vallata abbia emesso ben 250 milioni di metri cubi di lava e nella zona di piano del trifogliato, da rilevamenti effettuati, sembrerebbe che lo spessore delle lave che lo hanno coperto sia di ben 130 metri. E’ scomparso così Piano del Trifoglietto insieme al trifoglio, alla festuca ed a ciò che restava del rifugio Gino Menza, costruito con notevoli sacrifici in quanto tutto il materiale necessario per la sua edificazione è stato trasportato da Zafferana Etnea fino all'estremo limite ovest della valle del Bove sul dorso di muli che ansimanti si arrampicavano sul sentiero del Salto della Giumenta anch’esso coperto dalle lave del 1991-93. Tra le liliacee, il Cipollaccio (Leopoldia comosa) si può incontrare fino a 2.100 metri; il suo bulbo in passato era consumato dopo cottura dalle popolazioni d'alcuni paesi pedemontani etnei esperte in alimurgia che in gergo lo chiamavano “zubbi”. Anche se pochi lo sanno nell'ambiente altomontano etneo sono presenti piante parassite e questo è un altro problema che rende ancora più difficile la sopravvivenza. La Cuscuta (Cuscuta epithymum) è una pianta parassita che cresce con fusti filiformi rossastri formanti un fitto intreccio sulle piante parassitate. Si può osservare talora sui pulvini d'astragalo, del cerastio (Cerastio minus) o di altri vegetali tra 1.700 e 2.300 metri d'altezza. Si tratta di una pianta erbacea annuale con foglie piccolissime ridotte a squame e senza clorofilla, con sottili fusti filiformi giallo-arancioni, rossi e senza radici. Si attacca alla pianta ospite avvolgendosi in spire, quindi perde il contatto con il terreno per nutrirsi esclusivamente della linfa dell’ospite, tramite strutture denominate austori che penetrano nel fusto. Che la cuscuta sia un parassita non ci sono dubbi: è senza clorofilla e senza radici; non potrebbe quindi vivere senza parassitare altre piante. Le lave una volta raffreddatesi sono colonizzate dai batteri tellurici trasportati dal vento, dalle crittograme rappresentate da muschi e licheni che iniziano ad aggredire chimicamente la roccia, dalla ginestra dell'Etna (Genista aetnensis) e dal larice (Pinus nigra) che con le loro possenti radici disgregano meccanicamente i blocchi lavici. Tra le crittogame il famoso “lippu di sciara” della terminologia locale (Stereocaulon vesuvianum) è la specie crittogamica più caratteristica dell'ambiente vulcanico etneo. Tale lichene riveste le vecchie sciare di un colore grigio-argentato che contrasta con il colore scuro delle lave recenti. Oltre allo Stereocaulon la coloratissima Xanthoria parietina e la Parmelia vivacizzano le lave rendendo le variopinte le sciare. Spesso i fiori delle specie endemiche sono molto colorati perché dotati di sostanze antiossidanti dato che sono costretti a subire l’insolazione durante tutto l’arco della giornata. Non dimentichiamo che dal fiore nasce il frutto e che il frutto custodisce il genoma della specie e quindi si deve proteggere dallo stress ossidativo indotto dai raggi UV solari. Ecco perché le piante non potendosi spostare hanno sviluppato sistemi antiossidanti (polifenoli, antocianine, ecc…) che proteggono il DNA da eventuali danni indotti dai cosiddetti radicali liberi dell’ossigeno. Durante un’escursione ammirare questi piccoli fenomeni viventi significa cogliere l'essenza del divenire, la continua incessante lotta per la sopravvivenza che perennemente si svolge sul vulcano, significa capire gli adattamenti che selezionatisi nel corso dei millenni consentono alle piccole e gracili piantine della flora altomontana etnea di colonizzare siti che sembrano il regno della morte. Ma sull’Etna vince sempre la vita la distruzione avviene sempre ad opera dell’uomo che destabilizza gli ecosistemi, deturpa l’ambiente e crea le condizioni per il dissesto idrogeologico. Percorrendo le strade che portano alle alte quote dell’Etna ci accorgiamo che se non si pone fine alla continua devastazione antropica degli ambienti naturali della domenica ci resterà ben poco. Non è il vulcano che distrugge la natura; le colate laviche trasformano l’ambiente ma non lo distruggono è la dissennata ed incosciente azione dell’uomo che distrugge. Abituiamoci ad osservare la flora altomontana etnea ed a rispettarla essa ha molto da insegnarci; il primo messaggio che essa ci da è quello di accontentarci di quello che abbiamo: il meraviglioso dono della vita che spesso sprechiamo con abitudini e stili di vita errati i quali mettono a rischio la nostra salute. 

Giovanni Tringali

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