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Curiosità vulcaniche (4)

Le eruzioni dello Eyjafjallajökull ed Etna a confronto

L’Eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull presenta delle analogie con l’eruzione dell’Etna del 17 luglio 2001. Ecco l'analisi, in esclusiva per EtnaSci.it, del dottor Giovanni Tringali, Direttore dell'I.R.M.A. e grande appassionato di Etna e vulcani. Il vulcano islandese in piena eruzione e con fulmini generatIn molti hanno subito le conseguenze del blocco del traffico aereo del vulcano islandese dal nome impronunciabile Eyjafjallajökull. I giornalisti si sono guardati bene dal cimentarsi nella pronuncia e semplificavano l’informazione parlando di eruzione di “vulcano islandese”. L’attività altamente esplosiva di tipo freatomagmatico è iniziata poco dopo la mezzanotte del 14 aprile 2010. L’analisi chimica del magma eruttato ha mostrato un tenore in silice del 58% in peso (Niels Oskarsson). Si tratta quindi di un magma più acido di quello dell’Etna che in media ha un contenuto in silice del 52% e quindi generalmente più esplosivo rispetto allo stile eruttivo etneo. L'Istituto di Scienze della Terra islandese ha stimato preliminarmente che i materiali eruttati nei primi tre giorni di eruzione dall’Eyjafjallajökull siano stati costituiti prevalentemente da tephra (ceneri vulcaniche) a grana fine in sospensione aerea. Le ceneri emesse possono essere suddivise in tre categorie: Tephra caduto sul ghiacciaio intorno alla bocche vulcaniche che ha raggiunto anche i 30 metri di spessore. Tephra che ha colmato la laguna glaciale di Gígjökulslón, portato dalle alluvioni lungo il ghiacciaio Gígjökull. pennacchio di tephra che è stato trasportato ad est e a sud del vulcano si aggira sull’ordine dei 100 milioni di metri cubi che ha causato l'interruzione del traffico aereo su scala europea. Altra panoramica del vulcano Eyjafjallajökull Durante le prime 72 ore di eruzione il tasso effusivo è stato stimato approssimativamente in 30 metri cubi di magma al secondo. Si tratta di una continuazione dell’attività eruttiva del sistema vulcanico dell’Eyjafjallajökull che ha avuto inizio 20 Marzo 2010. Infatti in una prima fase eruttiva dal 20 marzo al 12 aprile la lava veniva emessa da bocche eruttive sui fianchi del vulcano, al di fuori del ghiaccio di copertura. La lava eruttata nella fase iniziale è stata classificata basalto alcali-olivina, con un contenuto di silice di circa il 47% vicino a quello dei vulcani hawaiani e quindi molto più basica e meno esplosiva. Dopo una breve pausa l’attività eruttiva è ripresa in una nuova serie di crateri aperti a partire dal primo mattino del 14 aprile sotto il ghiaccio che copriva il vulcano. Questa fase eruttiva è stata preceduta da uno sciame di terremoti avvenuto dalle ore 23:00 del 13 aprile alle 1:00 del 14 aprile. Lo sciame sismico è stato seguito dalla comparsa del tremore vulcanico che ha preannunciato l’eruzione. Acqua di scioglimento ha iniziato a scendere dalla calotta di ghiaccio intorno 07:00 del 14 aprile e con le prime luci è stato possibile osservare il consistente pennacchio vulcanico. Le osservazioni visive sono state limitate dalla copertura nuvolosa che sovrastava il vulcano, ma un aereo della Guardia costiera islandese l’ha potuto fotografare con strumentazione radar. Il denso pennacchio di cenere è salito a più di 8 km di altezza, deviato verso est dai venti occidentali. Si sono avute anche Jokulhlaups (inondazioni di acqua di scioglimento del ghiaccio) che hanno raggiunto le pianure intorno al vulcano, con picco di flusso il 14 aprile intorno a mezzogiorno distruggendo strade, infrastrutture e terreni coltivati. Tuttavia non si è registrata alcuna vittima anche perché le persone presenti nell’area a rischio erano già state fatte allontanare dal teatro eruttivo. Il 15 aprile il pennacchio eruttivo ha raggiunto il continente europeo con la chiusura dello spazio aereo su gran parte degli aeroporti del Nord Europa e successivamente anche degli altri aeroporti europei. Le analisi chimiche dei campioni di cenere rivelano un elevato contenuto di fluoro che indica un magma superficiale come quello che sull’Etna ha causato l’ultima incandescenza vicino al cono del Sud-Est durata molti giorni, mentre il tenore in silice che varia dal 54 al 58% dimostra che il magma è più evoluto rispetto a quello effuso nella prima fase del 20 marzo. Tuttavia secondo alcuni vulcanologi l’ Eyjafjallajökull fa parte del più vasto sistema vulcanico del Katla le cui eruzioni sono di gran lunga più imponenti e quindi vi è da aspettarsi qualche eruzione più energica da parte di quest’ultimo. Lo stile eruttivo delle esplosioni è del tipo “freatomagmatica” a causa dell’elevato tenore di vapore acqueo che ha reso le esplosioni piuttosto violente così com’è accaduto per il cratere laghetto del 2001 (chiamato anche Montagnola 2) vicino alla stazione d’arrivo della funivia dell’Etna. La nube dell'Etna dallo spazio - 2001L’eruzione dell’Eyjafjallajökull presenta alcune analogie con l’eruzione dell’Etna iniziata il 17 luglio 2001. A mio parere infatti l’attività esplosiva, all’inizio freatomagmatica, del cratere laghetto verificatasi tra il 24 ed il 27 luglio edificò un cono alto quasi 100 metri in meno di tre giorni! Essa non si discosta quindi da quella del vulcano islandese anche se i due vulcani hanno genesi differente. Anche allora il cratere Laghetto ha emesso un imponente pennacchio che si diresse verso la Grecia, immortalato dalle foto satellitari, che ostacolò il traffico veicolare ed aereo dato che venne chiuso per parecchi giorni l’aeroporto di Catania. Disagi si sono avuti in un’area compresa in un raggio di 100 chilometri fino a Siracusa. A mio parere la chiusura degli aeroporti europei è stata eccessiva ma di fronte all’importanza della vita umana è meglio adottare il criterio della massima prudenza e quindi tutto sommato condivisibile anche se i danni economici sono stati incalcolabili. Resta sempre il fatto che non siamo adeguatamente preparati a fronteggiare simili eventi e che, a mio parere si spende troppo in attrezzature spesso ridondanti mentre potrebbe essere potenziata l’attività di monitoraggio radar delle emissioni di tephra che potrebbero essere possibili sia sull’Etna, com’è accaduto nelle eruzioni del 2001 e 2002, sia su altri vulcani. Ritengo che si debba essere pronti a fronteggiare tale evenienza considerando anche che prima o poi il Vesuvio erutterà. Ancora una volta l’attività vulcanica ci trova impreparati ed ancora una volta si pone il problema della mancanza di coordinamento tra le varie Università e gli Enti preposti alla sorveglianza ed i disagi ed i danni economici non sono mancati. Sono certo che se vi fosse stato un efficace sistema di monitoraggio delle nubi ceneritiche il numero di aeroporti che sarebbero stati chiusi poteva essere di gran lunga inferiore. Giovanni Tringali, direttore I.R.M.A. Nelle foto: in alto il vulcano islandese in alcuni spettacolari scatti di Marco Fulle (StromboliOnline) e in basso la colonna di cenere emessa dall’Etna durante l’eruzione del 2001 fotografata dal satellite (NASA).

Etna - la lotta per la vita delle specie pioniere altomontane

Sono davvero pochi gli escursionisti che raggiungono i crateri terminali dell’Etna che prestano attenzione alle piante pioniere che lottano perennemente per la sopravvivenza nell’ambiente estremo delle parti sommitali del più alto vulcano d’Europa. Le piccole e gracili piantine, oltre a fare i conti con gli scarponi degli escursionisti distratti, devono lottare perennemente contro l’interramento lungo i ripidi pendii sabbiosi, contro la scarsa disponibilità d’acqua e l’intensa insolazione estiva che le disidrata, contro gli umori del vulcano che talora provoca importanti eventi ceneritici che le ricoprono, contro escursioni termiche molto ampie tra giorno e notte, l’intenso innevamento in inverno, ventosità frequenti e impetuose, e tante altre avversità che rendono difficile la vita di questi vegetali etnei che ravvivano il monotono ambiente vulcanico. La maestosa scenografia dei panorami, i fenomeni vulcanici perenni e l’ebbrezza dell’altitudine non danno spazio a queste considerazioni e la flora altomontana etnea passa quasi sempre inosservata, piccola e apparentemente fragile in un ambiente ostile alla vita biologica. Tuttavia, i vegetali altomontani etnei non sono per nulla fragili ma molto tenaci avendo implementato nel corso dei millenni una serie di adattamenti che consentono loro la sopravvivenza all’inospitale ambiente vulcanico. Tipica delle zone medio-altomontane è la vegetazione a pulvini che qualche neofita della montagna a “provato” a sue spese sedendosi sopra questi invitanti cuscini. SenecioQuesta è cosa che non si deve mai fare in quanto, l'Astragalo (Astragalus siculus) è provvisto di pungenti aculei il cui dolore ai glutei renderà indimenticabile quell’escursione. La presenza di spine è un adattamento per difendersi dal morso di erbivori che costituiscono un rilevante pericolo per le specie altomontane etnee …come se non bastassero già i loro problemi con le moto da cross!!! Chi ha spirito di osservazione noterà che nei pendii fortemente inclinati l'Astragalo cresce, più sviluppato a monte che non a valle, formando in tal modo una sorta di diga che si oppone all'interramento della pianta: anche questo è un adattamento contro l’interramento. Pure l’apparato radicale è adattato alla scarsa disponibilità di acqua spingendosi molto in profondità per arrivare agli strati più umidi ed inoltre, in confronto alla parte epigea della pianta, è molto più sviluppato rispetto alla stessa massa di un vegetale che cresce alle basse quote. La vegetazione del tipo pulviniforme, cioè a cuscino, costituisce un ricovero per molte altre specie che nei pulvini trovano riparo. Una di queste, la viola dell'Etna (Viola aetnensis) costituisce un concreto esempio di come si possa sopravvivere e moltiplicarsi nell’ambiente medio-altomontano etneo pressoché inibito alla totalità della macchia mediterranea che a quelle altezze non riesce a sopravvivere. Poche sono le piante che grazie agli adattamenti sono riuscite a conquistare il tephra, cioè il deserto di ceneri e lapilli e le aride colate laviche ormai fredde. È davvero straordinario come la Romice (Rumex scutatus) riesca a colonizzare le inospitali sciare spingendosi fino a circa 2.900 metri grazie alla particolare struttura del fusto, dei frutti chiamati acheni e delle foglie che resistono sia alle rigide temperature invernali, sia alle soffocanti temperature estive. La Saponaria (Saponaria sicula), il Cerastio (Cerastium tomentosum), il Senecio (Senecius squalidus), la Camomilla dell'Etna (Anthemis aetnensis), il Caglio dell'Etna (Galium aetnicum), realizzano sorprendenti biocenosi nei pulvini dell’astragalo ma spesso crescono anche isolati conferendo alla monotonia cromatica delle lave una variopinta dinamicità che non può passare inosservata soprattutto nel periodo di luglio-settembre quando le suddette specie sono in fioritura. Sull’Etna il periodo fenologico è del tipo longidiurno cioè avviene nella stagione in cui vi è la massima durata dell’insolazione e quindi di luce diurna per potere meglio espletare i processi fotosintetici che la pianta può attuare attraverso i cloroplasti (che sono i corrispondenti dei mitocondri delle cellule animali) trasformando l’energia della luce solare in energia biochimica. I cloroplasti in pratica sono dei trasformatori di energia. Non deve quindi meravigliare se a ottobre si dovessero vedere ad alta quota sull’Etna piante in fioritura … la primavera sull’Etna è tardo-estiva quasi autunnale. La perdita d'acqua per traspirazione costituisce un grave problema che il vegetale cerca di risolvere con la riduzione degli stomi che sono delle particolari aperture preposte agli scambi gassosi ed alla traspirazione, all'occorrenza chiudibili, che solitamente si trovano sulla pagina inferiore delle foglie. Le foglie di alcune specie sono spesso coperte da uno strato di sostanze cerose ed i loro tessuti sono provvisti Senecio 2di un parenchima che trattiene l'acqua il quale conferisce un aspetto carnoso succulento che ricorda le piante grasse. Si tratta di adattamenti finalizzati a contrastare la disidratazione ed evitare sprechi d’acqua che nell’ambiente vulcanico etneo diventa indispensabile per la vita ed inoltre a migliorare la resistenza agli stress termici. Magnifico esempio di tali adattamenti tipici delle piante xerofite, che riescono, cioè, a sopravvivere in ambienti poveri d'acqua, è il Senecio, una pianta appartenente alla famiglia delle composite che sull’Etna è rappresentata da tre diverse varietà secondo i piani vari altitudinali: la varietà “chrisantemifolius” a foglie pennatifide della fascia pedemontana priva di sostanze cerose sulle superfici fogliari, la varietà “glaber” a foglie inciso-dentate della zona nemorosa, cioè boschiva e la varietà “aetnensis” a foglie intere carnose rivestite di cere della fascia altomontana. L’assenza di cere del Senecius chrisantemifolius che cresce nella fascia pedemontana è giustificata dal fatto che in tale ambiente queste non sono necessarie ed in natura ciò che non è necessario viene eliminato dalla selezione naturale o meglio la selezione naturale tramite gli adattamenti consente alle specie di colonizzare ambienti ostili. Nel nostro caso le cere, insieme ad altri adattamenti, hanno consentito al senecio di spingersi fino a 3050 metri di altitudine; se provate a coltivare questa pianta nella fascia pedemontana essa non può sopravvivere. Oltre al Senecio l'Antemide, chiamata anche camomilla dell’Etna, e la Costolina appenninica, rappresentano un ottimo esempio delle poche specie che colonizzano la fascia altomontana etnea spingendosi fin dove inizia il deserto vulcanico che comprende l'areale dei crateri sommitali. Come l’astragalo anche il Crespino dell’Etna (Berberis aetnensis), un arbusto cespuglioso della famiglia delle Berberidacee, che sull'Etna si spinge fino ai 2.300 metri, è dotato di spine per evitare di essere brucato dagli erbivori. Gli erbivori che pascolando brucano i vegetali rappresentano anch'essi un consistente pericolo per le piante pioniere altitudinali le quali, fra l'altro, devono fare i conti con le proibitive condizioni climatiche, gli eventi vulcanici e pensare anche a riprodursi, cosa per nulla facile in tale ambiente. Le spine impedendo all’animale di nutrirsi inducono l’erbivoro a cercare cibo a quote più basse dove la vita è più facile e vi è maggiore abbondanza di vegetali. Ecco perché molte xerofite d'alta quota sono spinose. Le foglie del crespino presentano stomi su entrambe le pagine mentre il Berberis vulgaris cioè il crespino comune è provvisto di stomi solo nella pagina inferiore seguendo la regola generale. E’ chiaro quindi che la presenza degli stomi su entrambe le pagine fogliari costituisce un adattamento per facilitare la traspirazione durante la stagione invernale quando è presente l’innevamento che si protrae per 4 – 5 mesi o anche più. La funzione degli stomi è importantissima in quanto consente lo scambio gassoso fra interno ed esterno del vegetale, in particolare la fuoriuscita di vapore acqueo e gli scambi di ossigeno e anidride carbonica. Ogni stoma è formato da due cellule a forma di mezzaluna, chiamate cellule di guardia che possono modificare la propria forma e dimensione per aprire o chiudere lo stoma. Quando in esse si accumulano ioni potassio, l’ambiente interno della cellula diventa ipertonico rispetto all'esterno e si ha il passaggio dell'acqua nella cellula per osmosi. In tal modo i vacuoli della cellula si riempiono e la rendono turgida: di conseguenza, l'apertura dello stoma aumenta. Se, al contrario, le cellule di guardia cedono ioni potassio la pressione osmotica fa uscire l'acqua dalla cellula, la quale si raggrinzisce e lo stoma si chiude. La Costolina appenninica (Robertia taraxacoides), tipica specie longidiurna, è una delle poche piante che riescono a colonizzare i suoli costituiti da sabbia lavica. La troviamo a Punta Lucia a circa 2800 di quota in piena fioritura a settembre inoltrato. Il Caglio etneo (Galium aetnicum) arriva a spingersi fino ai 2350 metri d'altezza grazie al riparo che trova nei pulvini d'astragalo e così anche la viola dell’Etna e altre poche pioniere che realizzano variopinte comunità che vivacizzano la monocromaticità dei suoli vulcanici con spettacolari e affascinanti tinte. I forti venti che spirano costantemente alle massime quote del vulcano costringono le pioniere altitudinali a crescere e propagarsi orizzontalmente anziché verticalmente ed è abbastanza comune osservare alle medio quote alberi deformati dallo spirare costante dei venti che orientano le fronde nel senso della corrente eolica al punto tale che osservandoli si può conoscere la prevalenza direzionale del vento. Nella Timpa del Barile, oggi parzialmente coperta dalle lave del 2002 si può ammirare il pioppo nano cespuglioso unico al mondo ben visibile anche dalla cabine della funivia. Questo straordinario adattamento ha consentito al pioppo di potere resistere al forte vento che spira spesso in tale sito. Il tanaceto (Tanacetum siculum) che si spinge sino ai 2550 metri è una composita ricoperta da lanugine che fino a non molto tempo fa era usata dalla popolazione etnea per preparare un gustoso liquore aromatico chiamato “Donnavita” oggi ancora prodotto a S. Venerina. Il rivestimento lanuginoso, comune a molte composite altomontane, costituisce un ulteriore adattamento finalizzato alla riduzione di perdita d'acqua per traspirazione perché nella parte basale della peluria si forma uno strato umido che satura il microambiente e quindi impedisce l’evaporazione alla stessa stregua dell’orripilazione degli animali che contrasta la dispersione del calore. Tra le graminacee, la Festuca (Festuca circummediterranea) riesce a spingersi fino a 2.600 metri formando, al limite superiore di boschi, pascoli e radure, insieme con la gramigna (Poa aetnensis) ed al trifoglio dai piccoli fiori bianco-rosacei piccole comunità che sembrano sfidare la montagna. La Festuca costituiva la vegetazione predominante di una caratteristica zona della Valle del Bove chiamata Piano del Trifoglietto. Si stima che l’eruzione iniziata il 13 dicembre 1991 nella parete ovest della grande vallata abbia emesso ben 250 milioni di metri cubi di lava e nella zona di piano del trifogliato, da rilevamenti effettuati, sembrerebbe che lo spessore delle lave che lo hanno coperto sia di ben 130 metri. E’ scomparso così Piano del Trifoglietto insieme al trifoglio, alla festuca ed a ciò che restava del rifugio Gino Menza, costruito con notevoli sacrifici in quanto tutto il materiale necessario per la sua edificazione è stato trasportato da Zafferana Etnea fino all'estremo limite ovest della valle del Bove sul dorso di muli che ansimanti si arrampicavano sul sentiero del Salto della Giumenta anch’esso coperto dalle lave del 1991-93. Tra le liliacee, il Cipollaccio (Leopoldia comosa) si può incontrare fino a 2.100 metri; il suo bulbo in passato era consumato dopo cottura dalle popolazioni d'alcuni paesi pedemontani etnei esperte in alimurgia che in gergo lo chiamavano “zubbi”. Anche se pochi lo sanno nell'ambiente altomontano etneo sono presenti piante parassite e questo è un altro problema che rende ancora più difficile la sopravvivenza. La Cuscuta (Cuscuta epithymum) è una pianta parassita che cresce con fusti filiformi rossastri formanti un fitto intreccio sulle piante parassitate. Si può osservare talora sui pulvini d'astragalo, del cerastio (Cerastio minus) o di altri vegetali tra 1.700 e 2.300 metri d'altezza. Si tratta di una pianta erbacea annuale con foglie piccolissime ridotte a squame e senza clorofilla, con sottili fusti filiformi giallo-arancioni, rossi e senza radici. Si attacca alla pianta ospite avvolgendosi in spire, quindi perde il contatto con il terreno per nutrirsi esclusivamente della linfa dell’ospite, tramite strutture denominate austori che penetrano nel fusto. Che la cuscuta sia un parassita non ci sono dubbi: è senza clorofilla e senza radici; non potrebbe quindi vivere senza parassitare altre piante. Le lave una volta raffreddatesi sono colonizzate dai batteri tellurici trasportati dal vento, dalle crittograme rappresentate da muschi e licheni che iniziano ad aggredire chimicamente la roccia, dalla ginestra dell'Etna (Genista aetnensis) e dal larice (Pinus nigra) che con le loro possenti radici disgregano meccanicamente i blocchi lavici. Tra le crittogame il famoso “lippu di sciara” della terminologia locale (Stereocaulon vesuvianum) è la specie crittogamica più caratteristica dell'ambiente vulcanico etneo. Tale lichene riveste le vecchie sciare di un colore grigio-argentato che contrasta con il colore scuro delle lave recenti. Oltre allo Stereocaulon la coloratissima Xanthoria parietina e la Parmelia vivacizzano le lave rendendo le variopinte le sciare. Spesso i fiori delle specie endemiche sono molto colorati perché dotati di sostanze antiossidanti dato che sono costretti a subire l’insolazione durante tutto l’arco della giornata. Non dimentichiamo che dal fiore nasce il frutto e che il frutto custodisce il genoma della specie e quindi si deve proteggere dallo stress ossidativo indotto dai raggi UV solari. Ecco perché le piante non potendosi spostare hanno sviluppato sistemi antiossidanti (polifenoli, antocianine, ecc…) che proteggono il DNA da eventuali danni indotti dai cosiddetti radicali liberi dell’ossigeno. Durante un’escursione ammirare questi piccoli fenomeni viventi significa cogliere l'essenza del divenire, la continua incessante lotta per la sopravvivenza che perennemente si svolge sul vulcano, significa capire gli adattamenti che selezionatisi nel corso dei millenni consentono alle piccole e gracili piantine della flora altomontana etnea di colonizzare siti che sembrano il regno della morte. Ma sull’Etna vince sempre la vita la distruzione avviene sempre ad opera dell’uomo che destabilizza gli ecosistemi, deturpa l’ambiente e crea le condizioni per il dissesto idrogeologico. Percorrendo le strade che portano alle alte quote dell’Etna ci accorgiamo che se non si pone fine alla continua devastazione antropica degli ambienti naturali della domenica ci resterà ben poco. Non è il vulcano che distrugge la natura; le colate laviche trasformano l’ambiente ma non lo distruggono è la dissennata ed incosciente azione dell’uomo che distrugge. Abituiamoci ad osservare la flora altomontana etnea ed a rispettarla essa ha molto da insegnarci; il primo messaggio che essa ci da è quello di accontentarci di quello che abbiamo: il meraviglioso dono della vita che spesso sprechiamo con abitudini e stili di vita errati i quali mettono a rischio la nostra salute. 

Giovanni Tringali

Il 26 maggio del 1780 Ragalna rischiava di scomparire sotto la lava dell’Etna

Il 18 maggio del 1780, accompagnata da numerose scosse di terremoto iniziò sull’Etna una violenta eruzione effusiva e con una moderata attività a fontana di lava. La fessura eruttiva si aprì sul versante sud-ovest, alla base di Monte Frumento Supino, da quota 2300 fino a quota 1850 metri s.l.m. La lava, dopo avere investito e circondato il Monte Parmentelli, minacciò il piccolo paese di Ragalna, un tempo chiamato Rechalena. La base di Monte Parmentelli, un grande cono effusivo preistorico, è stata coperta dalla lava che ha circondato il monte e quello che resta è solo una parte dell’imponente cratere dato che la predetta base è stata coperta dall’imponente colata lavica che devastò gran parte della contrada Milia e coprì anche la Grotta dei Santi, citata dal Carrera nel 1636, che si trovava sopra Monte Parmentelli. I fedeli pregarono per giorni affinché Dio salvasse il paese dalla catastrofe, ma la lava continuò ad avanzare e si fermò in contrada Eredità, soltanto il 26 maggio giorno in cui furono portate in processione le reliquie di S. Barbara, patrona di Paternò, dopo 8 giorni dall’inizio dell’eruzione. L’eruzione comunque ebbe termine il 31 maggio dopo avere effuso circa 20 milioni di metri cubi di lava, con una portata media di 16.5 metri cubi al secondo. Il cratere esplosivo, assimilabile ad un enorme hornito, sito a monte della frattura eruttiva si trova lungo il sentiero di Monte Nero degli Zappini e si può visitare agevolmente anche internamente. Con la lava dell’eruzione vennero edificate numerose costruzioni che diedero il nome alla contrada (parmentelli per l’appunto) ed anche i caratteristici “pagghiara ’mpetra” come questi due che si possono ammirare nella foto. Sembrano nuraghi ma vi posso assicurare… non siamo in Sardegna ma nella nostra poco conosciuta e valorizzata Etna!

Testo di Giovanni Tringali, direttore dell’Istituto Ricerca Medica e Ambientale di Acireale

Il “calendario” delle Ripe della Naca

Il 1928 da una frattura originatasi a monte del rifugio Citelli la lava scendeva verso i centri abitati del versante orientale dell’Etna minacciando in particolare S. Alfio e Mascali. Il 2 novembre gli abitanti dei paesi minacciati dalla lava, preoccupati di perdere le loro case, si riunirono per andare in processione al fronte lavico che, alla data suddetta, era già arrivato al sito dove oggi sorge il santuario Magazzeni. Durante la processione si avvertivano violenti terremoti e forti boati provenienti dai crateri terminali. Iniziò anche a piovere. Gli abitanti di Mascali (che tre l’altro era ancora molto distante dal fronte lavico) pensarono bene di ritornarsene mentre quelli di S. Alfio arrivarono fino alla punta più avanzata della colata dove venne celebrata la santa messa. La notte del 2 novembre del 1928 ebbe inizio una violenta eruzione nel sito denominato “Ripe della Naca” a una quota di circa 1200 metri s.l.m. Era l’avvio di una delle più distruttive eruzioni che si sono verificate sull’Etna in tempi storici: il 2 il 3 e 5 novembre sul versante ENE dell’Etna si formò in tre tappe una larga e profonda frattura lunga svariati chilometri. Dalla frattura effusiva apertasi poco prima della mezzanotte del 2 novembre a quota 1200 metri s.l.m. in un fitto bosco di querce e castagni fuoriuscirono milioni di metri cubi di lava che si precipitarono a valle dal costone delle Ripe della Naca che costituisce il piano di una faglia. La lava si divise in diversi bracci che, riunitisi a valle delle Ripe, iniziarono velocemente la discesa puntando direttamente verso l’abitato di Mascali, incanalate nel torrente Vallonazzo. Il 6 novembre Mascali era stata cancellata dalla carta geografica della Sicilia mentre l’eruzione continuò fino al 20 novembre dello stesso anno; erano stati emessi ben 26 milioni di metri cubi di lava. Quando nevica a quota inferiore a 1200 metri s.l.m. la neve imbianca le sciarose cascate di lava di Ripa della Naca delineandone nettamente il confine con la zona alberata risparmiata dalla colata. Queste singolari strisce di sciara imbiancata di neve assumono lo strano aspetto di un VII romano alla rovescia, cioè IIV dato che la neve si accumula sulla lava rendendosi visibile anche a notevole distanza rimarcando quelle che un tempo erano le incandescenti cascate della lava che ha distrutto Mascali. Gli anziani sanno leggere questo singolare “calendario” naturale annunciatore dei rigori invernali e conoscono che quando sull’Etna appaiono i “numeri romani” è bene preparare il braciere o più comodamente, come accade ai nostri tempi, accendere stufe, termosifoni o pompe di calore. Giovanni Tringali

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